"CinemadaMare" attende i premi. Intervista ad Aureliano Amadei, regista del film "20 Sigarette"
venerd́ 19 agosto 2011

"CinemadaMare" attende i premi - Intervista ad Aureliano Amadei, regista del film "20 Sigarette"

Image Nova Siri - Si chiude giovedì 18 agosto, con la cerimonia notturna di premiazione, la nona edizione di "CinemadaMare", il festival itinerante dei record diretto dal giornalista Franco Rina, lucano di Nova Siri, dove da sempre si svolgono le fasi finali del concorso. Che è diventato ormai il più grande raduno di giovani cineasti provenienti da tutto il mondo. Dovrebbe essere la talentuosa e impegnata regista del cinema indipendente statunitense Debra Granik, autrice del premiatissimo film "Un gelido inverno" (tra gli altri, candidato  a quattro premi Oscar), a consegnare l'ambito "Epeo CinemadaMare 2011" (e 1.500 euro) al vincitore del miglior film scelto dalla platea serale degli spettatori.

Sul palco anche il sindaco della cittadina Jonica Giuseppe Santarcangelo e il giornalista e regista tursitano Salvatore Verde, presidente della giuria di esperti (composta da Angela Divincenzo, Ermanno Gabriele Scarcia, Giuseppe Lasalandra e Luca Silvagni) che assegnerà i premi in denaro per la migliore regia, sceneggiatura, fotografia, colonna sonora originale, il miglior montaggio e il/la miglior interprete. Le proiezioni dei film brevi inizieranno come sempre intorno alle ore 21 in piazza M. Troisi. Dopo quattro fasi e una lunga selezione nelle regioni del centro-sud dell'Italia, questi i corti arrivati alla finalissima: "Khanevadeh Salem" (Iran, 6 min.) di Amir Hossain Torabi; "Estigma" (Spagna, 15 min.) di Paula Lekuona; "Tempus" (Italia, 14,23 min.) di Ivano Fachin; "The Medic" (Malta, 11,20min.) di Raymond Mizzi; completa la cinquina, il film selezionato ieri sera "I Could Be Your Grand Mother" (Francia, 18,30 min.) di Bernard Tanguy. Molto attesi anche i riconoscimenti e le attestazioni della "CinemadaMare Weekly Competition", i film girati dai filmmakers nei set naturali durante i viaggi e nelle numerose tappe, proprio nello svolgimento della rassegna. Nell'odierno pomeriggio, volendo coniugare al meglio la promozione del territorio del Basso Sinni con il binomio "cinema e turismo", un'ultima escursione di tutta la carovana del festival a Valsinni, con l'autorevole accoglienza del sindaco Gennaro Olivieri e la collaborazione del Piot Metapontino. Nell'antica Favale si visiterà il caratteristico borgo medievale e il celeberrimo castello a ridosso del fiume, nei pressi del quale si consumò la triste e tragica vicenda della poetessa Isabella Morra, la cui modernità esistenziale e proto femminista ha molto intrigato anche l'americana Granik, da una settimana ospite d'onore  della manifestazione internazionale e impegnata nella formazione con autentiche lezioni di cinema.

Verdiana C. Verde 

 Intervista ad Aureliano Amadei, regista del film "20 Sigarette"

Nova Siri - "Ricordi atroci, intensi e duraturi, che segnano in profondità, rinnovati con meticolosa lucidità e autenticità di sentimenti prima nel romanzo autobiografico (scritto con Francesco Trento, ndr) e poi nel film, in una rielaborazione della tragedia davvero incancellabile per un sopravvissuto". Soppesa le parole, tra riavvicinamento e distanza, il giovane regista romano Aureliano Amadei, autore di "20 Sigarette", film d'esordio intenso e rigoroso, che quasi nulla risparmia allo spettatore, in grado di restituire efficace incisività e visionarietà, con una tecnica narrativa in soggettiva, "quasi a restituire allo spettatore come io vedevo le cose". Giustamente premiato, tra i numerosi altri riconoscimenti con il Globo d'Oro come Miglior opera prima. Il suo incontro al festival itinerante "CinemadaMare, davanti alla platea di filmmaker arrivati da tutto il mondo, l'intervista del direttore del festival Franco Rina e il successivo dibattito con i giovani a notte fonda, si sono rivelati tra le maggiori opportunità di riflessione, almeno sulla stringente attualità politica anche internazionale, sul ruolo contrastante dei media e sulla personale esperienza dell'acuto dolore. Il film, infatti, è una notevolissima ricostruzione pure interiore dell'attentato di Nassiriya del 12 novembre 2003, nel quale persero la vita diciannove italiani, 17 militari dei carabinieri e dell'esercito (tra i quali Filippo Merlino, sottotenente di Sant'Arcangelo di Potenza) e due civili (uno era il regista Stefano Rolla). Tra i quaranta feriti Amadei, unico sopravvissuto del gruppo a quella terribile esperienza.

Domanda - Come nasce (il romanzo e) il film?

A.Amadei - "Ero nella troupe e solo da ventidue ore in Iraq, giusto il tempo di fumarmi un pacchetto di sigarette. Dopo la strage ho iniziato a pensarci subito. Per due anni non ho potuto camminare e anche adesso ne porto qualche segno. Ma non volevo fare un film di guerra, bensì di sentimenti profondi, di umanità non superficiale trovata in quell'avventura, oltre i ruoli sociali e i luoghi comuni. Un ricordo che mi spingeva al racconto, con il quale convivo quotidianamente, in uno strano processo di rielaborazione: il pensiero non mi abbandona, né si può dimenticare, perciò ricordo per continuare a vivere, e dunque, al confronto, tutto assume una sua più giusta e naturale collocazione e relativa importanza".

Da una esperienza così tragica se ne esce certamente cambiati.

"In questo senso: io ero e resto pacifista e anarchico, non condivid(ev)o le missioni all'estero, ma questo non mi impedisce di riconoscere l'inadeguatezza delle proprie idee e di vedere la complessità vera dell'animo umano, con tutte le sue intime contraddizioni. Tutti i militari in missione non sono eroi, come tanta propaganda imbastisce, ma neppure possono essere liquidati con l'esatto contrario, ritenendoli dei mercenari. Un uomo è qualcosa di più della divisa che indossa, dello schema sociale nel quale lo si vuole ingabbiare. C'è una ricchezza multiforme in ciascuno di noi. C'è molto da imparare a vivere anche dal senso di colpa".

Nel film sembra che coesistano più generi e stili.

"È così. Dapprima avevo cercato di visionare taluni film che pensavo mi potessero agevolare nell'ideazione. Poi, con gli sceneggiatori, volutamente lo abbiamo strutturato in più codici espressivi, dalla commedia iniziale allo psichedelico, dal noir al bellico, all'horror, quasi a restituire il senso dello spaesamento del protagonista e lo spiazzamento dello spettatore rispetto alla narrazione, esattamente come avviene nella quotidianità della vita,  con i suoi scatti imprevedibili".

L'utilizzo della soggettiva, peraltro tipico di tanto cinema dell'orrore, è una scelta linguistica e tecnico-formale assolutamente coerente.

"Si, è il modo più onesto che avevo a disposizione per restituire il mio punto di vista, senza dover cedere a forme esplicative lunghe e laboriose oltre che inutilmente spettacolarizzanti".

Dove le riprese? Difficoltà per l'esplosione?

"Abbiamo girato vicino a Roma e in Marocco, in ventuno giorni, ed è stato montato in digitale in circa tre mesi. La scena dell'esplosione è stata lunga e laboriosa, con una settimana di preparativi. Ciak unico con un'unica cinepresa. Senza possibilità di errore, che a un debuttante regista non sarebbe stato perdonato. Ma tutto è andato bene".

L'Arma dei carabinieri come ha reagito al film?

"È stato un susseguirsi di reazioni, dapprima freddine e poi sempre più di appoggio convinto, agevolato dal crescente successo di critica e di pubblico. Alla Mostra di Venezia quindici minuti di applausi. I commenti elogiativi del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che ci ha fatto l'onore di venirlo a vedere alla prima romana, nella sala vicino al Quirinale. Soprattutto, l'appoggio dei familiari delle vittime. Insomma, un insieme di cose che non poteva lasciare indifferenti o con code critiche fuori luogo".

Notizie sul suo prossimo progetto.

"Ci sto pensando molto. Leggo parecchio e devo valutare ancora quello da realizzare. Posso dire che sarà di tutt'altro genere. Non soltanto perché sarebbe difficilissimo per me replicare un film simile, di più perché ho necessità vitale di fare altro".

Il cinema digitale, con i suoi bassi costi e la maneggevolezza tecnica, aiuterà la "democratizzazione" del cinema?

"Vorrei che accadesse, ma non è così. Il mezzo tecnico aiuta e le idee sono certo più importanti, ma il tutto è inserito ancora in una logica chiusa di sistema, con tutte le sue regole ferree".

L'impressione di questa esperienza festivaliera.

"Per me vale un vostro slogan pubblicitario, mi dicono: Basilicata, bella scoperta. Sono passato una sola volta in vita mia dai Sassi di Matera e poi in un viaggio di attraversamento su un trenino. La costa Jonica è molto accogliente e i paesini assai caratteristici, ma la cosa che più mi ha segnato è stato l'arrivo in auto, lungo un paesaggio struggente e di mirabile e onirico fascino: nel verde intenso, vicino al lago, sotto le montagne  (la Val d'Agri, ndr), che mi ha evocato subito la scena finale di "Blade Runner" capolavoro di Ridley Scott. E poi, confesso che amo i laghi  e quello lucano (la diga del Pertusillo, ndr) vorrei perlustrarlo in barca a vela. Insomma, una regione poco conosciuta e lontana nell'immaginario, ma di incredibile bellezza, accoglienza e bontà (aria, ambiente, cibo e rapporti). Prima di ripartire (ieri, ndr) e raggiungere i miei familiari nel Parco nazionale d'Abruzzo, ho chiarito al direttore Rina: se mi inviti arrivo di corsa, ma per starci parecchio e a fianco dei giovani. ‘CinemadaMare' è una formula festivaliera unica e geniale".

Verdiana C. Verde