Il poeta Mario Bruno Ciancia, versi genuini e una sensibilità atemporale
mercoledì 28 novembre 2012

Il poeta Mario Bruno Ciancia, versi genuini e una sensibilità atemporale

Image Mario Bruno Ciancia (o Mario Bruno Junior) - Autore della diaspora tursitana di liriche vernacolari e in lingua. È nato il 6 marzo 1949 a Tursi (Matera), dove ha frequentato le scuole di base, prima di emigrare giovanisimo in Svizzera, per studiare nella scuola Alberghiera di Lucerna.

Dal 1968, per lavoro si stabilisce nella Germania Occidentale e ci resterà fino al 1975, quando decide di ritornare nel paese d'origine, dopo una breve esperienza come saldatore a Genova, nel 1972. A Tursi gestisce in proprio e fino al 1989 un bar-trattoria. Intanto, appassionato di boxe, nel 1986 si tessera alla Federazione Pugilistica Italiana, diventa insegnante di Pugilato e come tale segue a Potenza diversi allievi. Alla fine di settembre del 1989 ritenta l'esperienza tedesca, ma con una diversa maturità di vita e di progetti, infatti, lega presto con un gruppo di musicisti, per i quali comincia a scrivere i testi di alcune canzoni, eseguite da diversi gruppi non soltanto italiani e trasmesse da emittenti radiotelevisive. Alcune composizioni sono state pubblicate in Germania dalla casa editrice "Realis" e in Italia nella raccolta "Voc' ‘nda P'trizze. Antologia di Poeti Tursitani", edita nel 2000 da ArchiviA-Rotondella, curata dal poeta tursitano Rocco Campese.

Ciancia possiede una forza e serenità interiore che scaturiscono da un saldo ancoraggio ai valori universali della vita incarnati in un carattere lineare, spontaneo e bonario, tuttavia capace di grande reattività di fronte alle ingiustizie e oppressioni, corruzioni e intrighi, falsità e ipocrisia. Pur inserito nella rete della modernità e lavorativamente a contatto con il pubblico, continua a prediligere la semplicità dei rapporti, il rispetto dell'amicizia autentica, l'onestà di intenti, che traspaiono nella sua vena poetica, che è una idealizzazione immaginifica della vita vissuta, delle esperienze di crescita, rifuggendo il falso atteggiarsi. L'ispirazione diventa immagine extratemporale del proprio mondo idealizzato non senza amara conspevolezza dell'ansia di vita e del senso della perdita, dall'intimità familiare alla tipizzazione degli umili lavori rurali, dalla lontananza della dolce infanzia all'attuale condizione umana eterodiretta, che non completa quella intima e ne disperde i fondamentali valori morali e unitari.

Il bilinguismo di Mario, lingua e dialetto, è coerente con il contenuto ambivalente scaturito dalla dualità delle esperienze e realtà vissute. Una condensazione dell'ispirazione che si apre ai sentimenti di fratellanza universali, pur nel travaglio dell'umana sofferenza, con lapidarie annotazioni sulla necessità di dover essere per realizzare un progetto, e con le ansie mai sopite derivanti dal senso dello sradicamento e dalla conservazione dei ricordi nella vivida memoria. L'utilizzo del materno dialetto, invece, agevola l'immagine e il ritmo dei versi, perfino nella punteggiatura che sembra far indulgere a una mitezza interiore dell'autore, per meditare sull'umana condizione di ieri e la spersonalizzazione dei rapporti e sul presente mercificato, tutti sentimenti genuini che si addicono a una personalità con i piedi nel presente e con una sensibilità fuori del tempo.

Verdiana Verde 

Il senso della poesia di Mario Bruno Ciancia è ben reso da questo piccolo omaggio (avvertenza: le traduzioni dal dialetto sono quelle che lo stesso autore Mario Bruno Ciancia ha pubblicato, anche su facebook).

 MARE

(Partecipazione al concorso "Bibliothek deutschsprachiger Gedichte" 2009; premiata e pubblicata nell'antologia <Augewählte Werke XII>)

Predisposte le reti

e alzati gli occhi al Cielo,

antico segno di preghiera,

il pescatore spinge

la sua barca in mare,

come carezzandola,

poi vi salta su

e s'avvia

per la sua rotta.

 

Restano sulla riva

le orme

dei suoi nudi piedi

conchiglie

sbiadite dal sole

e della barca

il sabbioso solco.

 

 La bianca scia s'allontana

sempre più sfumata

e all'orizzonte lontano

dove al cielo il mar si fonde

svanisce.

 

 Mi sibila leggero il vento

strane vecchie storie

di gente partita e mai tornata

e temo, e prego

mentre per l'aria

echeggia

il verso del gabbiano.

 

 Mare, oh mare! Or egli

è nelle tue braccia.

 

LA CASETTA

Spesso mi ritorna alla mente

la casetta di lá del torrente

era assai piccola e bianca

e la vita non era mai stanca.

 

D'intorno fioriva ogni cosa

nell'aria c'era odore di pini.

 

Ci viveva zi' Nicola e Rosa

coi due figli, allora bambini,

che seguirono i loro destini

lasciandosi dietro ogni cosa.

 

I due, rimasti soli per anni,

soffrivano assenza e malanni

 

e stanchi d'attendere invano

i figli partiti, troppo lontano,

anch'essi partirono un giorno

per un viaggio senza ritorno.

 

Ancor oggi, perita, non stanca

la casetta assai piccola e bianca

 

non lungi dal cheto ruscello

soffocata d'arbusti e da rovi

accoglie ogni tipo d'augello

che torni a far nido e ci covi.

 

Ridarle vorrei lo splendore

del tempo in cui era una reggia

e sentire che in essa l'amore

rinato, per sempre vi echeggia.

 

U IARD'NÉR'

...Sì com' na f'rmicu'...

Chi mov'mènd' andìch' e lent'

d' ss' vrazz' mei' stanch'

da matìna prèst', accrucchèt'

sup' u sc'chìn', affìgn' a séra tard'

sventr's' a tèrr' ch' ssa zapp'

ca tant' ca ié lucent', par' d'argent.

 

Pó, ch' na pacienza grann'

Pr'par's' i marrell'

Ch' chiandè tant'cos' bèll'.

Ma ch' ièt', a terr' o tu?

Tu zapp's' e u sou' s' d'vert't' ndu  cée;

Mó t' fait' luc' sup' i cos' c_à chiandet'

Po s'ammùc't' e t' fai't' u scur'

Sup' i  cos' c_a cògghi'

 

 Traduzione: Il giardiniere:

...sei come una formica...

Con i movimenti antichi e lenti

delle tue braccia mai stanche

dal mattino presto, incurvato

sulla schiena, fino a tarda sera

sventri la terra con la tua zappa

ch'è lucente a sembrar d'argento.

 

Poi, con gran pazienza, prepari

i lotti di terreno per piantare

come sempre, tante cose belle.

Ma chi è, la terra o tu?

 

Tu zappi ed il sole si diverte in cielo:

ora ti fa luce sulle cose che hai piantato

poi si nasconde e ti fa il buio

sulle cose da raccogliere.

 

CHÌLLA SÈR'

Fors' mò l' sacc'

p'cché u munn'

iér'(t') tant' cìtt'

chìlla sèr'

e 'ndì strét'

non c'ér't' mangh'

n'àn'ma dannét'.

 

Pur' a lun'

'ndu cèe

ier'(t) trist'

fors' avì(t') chiànt'

come ttè.

 

T'nìs' na curt'llét'

alu còr'

p'cché nu figgh' du tùu'

u iurn' apprèss'

avìta part'

Turs'cell' mèi'.

 Saarlouis 18.02.2000

 

IL VIGNAIUOLO

Tra i filari della vigna

nel settembre rituale

a tagliar s'appresta

l'umile vignaiuolo

i grappoli maturi.

 

Con una mano carezza

le perle bionde e nere

mentre con l'altra

attento il gambo taglia

e con cura posa

il frutto del suo sudor

nei gran cesti in vimini

disposti tra le viti

dai pampini ormai rossicci.

 

Poi col suo asinello

carico s'avvìa al paese

e all'uno e all'altro fanciullo

che segue in coda

regala qualche chicco.

 

Nella cantina le botti

e anche le barrique

aspettano a bocc'aperta

e a pancia asciutta

il liquido di Bacco.

 

In esse il mosto

brontolerà, si calmerà

e allora, solo allora

potrà chiamarsi vino

ch'ei fiero gusterà.

 

COME UN AQUILONE

(È stata musicata da Roland Kunz, in arte Orlando, con la sua Band, Die Unerlösten. Il CD è uscito  in Germania nel 2000 ).

 Ora che t'ho detto la verità

mi sento leggero

come un aquilone.

 

Tu

col filo nella mano

mi lasci andare su e giù

quando e come vuoi.

 

Lascia quel filo

lasciami andare

lasciami volare

per l'azzurro cielo

 

e quando non più sentirò la tua presa

scenderò leggero come una piuma

mi poserò sulla tua piccina mano

e se lo vorrai...stringimi forte a te.

 

L'ORTO DI MIO PADRE

Un orto magico, lo vedevano tutti

dove l'erba selvaggia non cresceva mai.

Poco piú grande d'un palmo di mano

ma c'era proprio tutto il bene di Dio.

 

Era pieno di odori, di ogni tipo e natura

molte specie di fiori e tanta bella verdura

ad occhio cresceva e quando pioveva

là c'era il sole, si, pure quando pioveva.

 

In quell'orto mio padre passava il suo tempo

piantando di tutto e cogliendo ogni cosa.

Poi quando per lui il caldo era troppo

all'ombra sedeva del pioppo argentino.

 

Con i vimini schelti, raccolti nel fiume

intrecciava panieri d'ogni forma e misura

e da un legno trovato, con gran maestria

creava un arnese che poi regalava.

 

Ancora oggi la gente, del mio umile padre

conserva i ricordi per bontà ch'egli aveva.

Non ho la sua lena e quel magico orto

diventato una selva, m'imprigiona la vita.

 

La ragazza camminava scalza ,

piangeva le facevano male i piedini e piangeva 

non possedeva scarpe ne soldi 
per potersene comprare un paio.
Continuava a camminare e piangeva
ma un giorno lungo il cammino vide 
una ragazza seduta sopra un muretto 
anch'ella piangeva, le chiese il perchè:
continuò a piangere quando notò
che alla ragazza mancavano i piedi.
Solo allora s'accorse quant'era ricca.

IL MIO GIARDINO

(nel 2011, partecipazione al concorso "Bibliothek deutschsprachiger Gedichte", premiata e pubblicata nell'antologia < Ausgewäählte Werke xiv>)

Ogni volta che lo voglio

rifiorisce il mio giardino

si riveste il gran ciliegio

foglie verdi e fiori bianchi.

  

Tra i suoi rami salta e canta

una gazza bianca e nera

dal mattino fino a sera

la mia gazza salta e canta.

 

Sotto gira intorno al ceppo

miagolando il mio gattino

che si chiede ingenuamente

il perché non sa volare.

 

C'è sul prato verde in fiore

la mia oca che starnazza

il mio cane dormiglione

che abbaiare più non sà.

 

Voli muti di farfalle

inseguite dai bambini

la mia chioccia che protegge

con le ali i suoi pulcini.

 

Il giardino che ho inventato

è così come a me piace

e mi chiedo perché il mondo

non riesca a trovar pace.


U IURNATÈR'

Ch' nu pèr' d' scarpùn'

nu cappèll' ammusciuèt'

e i cav'z' r'p'zzèt'

ch' na zapp' 'ngoll' vet'.

 

Et' avùt' na iurnèt'

add' un' car'stùs'

e ll_è ditt' ch_ai sei'

cremmatìn' a iess' allè.

 

U bbòn' iurnatèr'

and'c'pit' d' n_or'

m_u patrùn' senza cor'

l' dìc' daccussì:

 

Iamm' iamm' cumparucc'

ch_a iurnèt' s' n' vet'

nunn em' fatt' nend'

e mo s_ema dè da fè.

 

Stu pov'r' bòn_òmm'n'

ch_a famìggh' sup' i spall'

ch_u b'sògn' da iurnèt'

nu r'sponnt' mèi' nend'.

 

Vers' menz'iurn'

è sp'ccèt' na marrell'

e u patrùn' a malapèn'

l' fai't' ì a mangè.

 

Iamm' iamm' cumparucc'

ch_a iurnèt' s' n' vet'

nunn em' fatt' nend'

e mo s_ema dè da fè.

 

N_ata vot' zappa zapp'

e u patrùn' òcch' occh'

l' uardàit' s' facìt'

avaramend 'zappa zapp'.

 

U pòv'r' schianèt'

dall' e dall' s_è stanghèt'

ma iè(t) cundènd' ch_a famiggh'

quann' iè(t) crèi' pò mangè.

Traduzione: Il lavoratore alla giornata

 

 Con un paio di scarponi

un cappello stropicciato

e i pantaloni rattoppati

con una zappa sulle spalle va.

 

Ha avuto una giornata

presso un avarone

e gli ha detto che alle sei

domattina dev'essere lì.

 

Il bravo lavoratore

anticipa di un'ora

ma il padrone avarone

gli dice così:

 

forza, forza amico mio

che la giornata se ne passa

e non abbiamo fatto nulla

adesso dobbiamo darci da fare.

 

Questo pover'uomo

con la famiglia da mantenere

per il bisogno della giornata

non risponde mai niente.

 

Verso mezzogiorno

ha terminato un pezzo di terra

ed il padrone a mala pena

gli permette di mangiare.

 

Forza, forza amico mio

che la giornata se ne passa

e non abbiamo fatto nulla

adesso dobbiamo darci da fare.

 

Di nuovo zappa e zappa

ed il padrone attento attento

lo guardava se faceva

veramente zappa e zappa.

 

Il povero lavoratore

dagli e dagli s'è stancato

ma è contento che la famiglia

l'indomani può mangiare.

 

MARE

Predisposte le reti

e alzati gli occhi al Cielo,

antico segno di preghiera,

il pescatore spinge

la sua barca in mare,

come carezzandola,

poi vi salta su

e s'avvia

per la sua rotta.

 

Restano sulla riva

le orme

dei suoi nudi piedi

conchiglie

sbiadite dal sole

e della barca

il sabbioso solco.

 

 La bianca scia s'allontana

sempre più sfumata

e all'orizzonte lontano

dove al cielo il mar si fonde

svanisce.

 

 Mi sibila leggero il vento

strane vecchie storie

di gente partita e mai tornata

e temo, e prego

mentre per l'aria

echeggia

il verso del gabbiano.

  

Mare, oh mare! Or egli

è nelle tue braccia.

 

CHÌLLA SÈR'

Fors' mò l' sacc'

p'cché u munn'

iér'(t') tant' cìtt'

chìlla sèr'

e 'ndì strét'

non c_ér't' mangh'

n_àn'ma dannét'.

 

Pur' a lun'

'ndu cèe

ier'(t) trist'

fors' avì(t') chiànt'

come ttè.

 

T'nìs' na curt'llét'

alu còr'

p'cché nu figgh' du tùu'

u iurn' apprèss'

avìta part'

Turs'cell' mèi'.

 

Traduzione: Quella sera 

Forse adesso lo so

perché il mondo

era tanto silenzioso

quella sera

e nelle strade

non c'era neanche

un'anima dannata.

 

Pure la luna

nel cielo

era triste,

forse aveva pianto

come te.

 

Avevi una coltellata

al cuore

perché uno dei tuoi figli

il giorno seguente

doveva partire,

mia piccola Tursi.

Saarlouis 18.02.2000

 

COME UN AQUILONE

(È stata musicata da Roland Kunz, in arte Orlando, con la sua Band, Die Unerlösten. Il CD è uscito  in Germania nel 2000).

Ora che t'ho detto la verità

mi sento leggero

come un aquilone.

 

Tu

col filo nella mano

mi lasci andare su e giù

quando e come vuoi.

 

Lascia quel filo

lasciami andare

lasciami volare

per l'azzurro cielo

 

e quando non più sentirò la tua presa

scenderò leggero come una piuma

mi poserò sulla tua piccina mano

e se lo vorrai...stringimi forte a te.