Beniamino Gigli: una delle pių incantevoli voci tenorili, omogenea, forte
giovedė 14 febbraio 2013

Beniamino Gigli: una delle più incantevoli voci tenorili, omogenea, forte e dal raro timbro morbido e musicale

Beniamino Gigli  nasce a Recanati il 20 marzo 1890 e muore a Roma il 30 novembre 1957. La città natale è piena di ricordi del passato, con chiese, palazzi e paesaggi bellissimi sia verso mare che verso l'entroterra, il suo nome è reso famoso dal poeta Giacomo Leopardi, ed è in questo clima culturale che Beniamino viene al mondo.
 
Anche la data è molto importante nella storia del canto tenorile, perché lo stesso giorno nasce a Copenaghen Lauritz Melchior, il più grande tenore Wagneriano del secolo. Ultimo di sei figli, di Domenico, calzolaio e campanaro del Duomo, ed Ester Magnaterra, Beniamino mostrò sin da bambino grandi attitudini per il canto e a soli sette anni venne accolto nel Coro Pueri Cantores della Cattedrale del suo paese. La povertà della famiglia lo costrinse a duri sacrifici, ma riuscì a prendere lezioni di canto dal maestro Quirino Lazzarini, organista e direttore del coro della Santa Casa di Loreto. A quindici anni, mostrando voce di contralto, fu scelto a Macerata come protagonista nelle vesti femminili dell'operetta La fuga di Angelica di Alessandro Billi.
 
In occasione della guerra di Libia del 1912, vinse una borsa di studio e si poté iscrivere finalmente al Conservatorio Santa Cecilia, studiando sotto la guida di Enrico Rosati, e apparve con lo pseudonimo di Mino Rosa in numerosi salotti romani, ma il debutto teatrale, avvenne al Teatro Sociale di Rovigo la sera del 14 ottobre dello stesso anno nella Gioconda di Amilcare Ponchielli. Numerosi i teatri Italiani che lo ospitarono, da Palermo a Napoli, da Genova a Catania, al Costanzi di Roma, in opere come Manon, Tosca, Mefistofele, La Favorita. Il 26 novembre 1920 fece l'ingresso al Metropolitan di New York con Mefistofele e fu un successo, tanto che Enrico Caruso vide in lui il proprio successore. Infatti, con la scomparsa di Caruso (2 agosto 1921), che aveva inaugurato per diciotto anni la stagione del Metropolitan, quell'anno fu scelto Gigli con La traviata di Giuseppe Verdi.
 
L'avvento del sonoro gli consentì di approdare anche al cinema, girando una serie continua di sedici film fino agli inizi degli anni Cinquanta, sempre accompagnato nella carriera, fin dagli esordi, dal suo agente e segretario particolare Amedeo Grossi. La vita privata di Gigli fu molto travagliata. Il 4 ottobre 1915 sposò Costanza Cerroni e dal matrimonio nacquero i due figli, Rina nel 1916, futuro soprano, ed Enzo nel 1919. Nel 1932 incontrò Lucia Vigarani, con la quale ebbe una relazione segreta dalla quale nacquero tre figli: Giovanni nel 1940, Gloria nel 1942 e Maria Pia nel 1944. Gigli rendendosi conto della immoralità della propria condizione  si recò presso Padre Pio da Pietrelcina per un consiglio, il famoso frate gli ingiunse di troncare drasticamente ogni relazione extraconiugale, poi raccomandò che la carità si esercitasse anche con i figli naturali, che in effetti ebbero la loro parte di eredità.
 
Si spense all'età di sessantasette anni  a Roma, stroncato da un arresto cardiaco, e riposa nella tomba di famiglia a Recanati. La voce umana è il più difficile di tutti gli strumenti ma anche il più bello, e quella di Beniamino Gigli fu un regalo della natura, musicale, morbida, dotata di grandi armonici naturali; senza alcun dubbio si può affermare che è una delle più incantevoli voci tenorili, dalla musicalità eccezionale e fraseggio ricco. Le sue corde vocali e la tecnica di respiro erano in perfetto equilibrio, la sua voce era estremamente forte, tanto da riuscire a cantare per ore senza intervallo. Se all'inizio era lirica e dolce, con il tempo mutò verso una direzione drammatica, e la custodì gelosamente, non cantò mai ruoli che superavano le sue capacità vocali.
 
Il critico Angelo Squerzi racchiude in poche parole la grandezza di Gigli: "È il suono tenorile più bello in assoluto del secolo..., così, se mai li udremo, canteranno gli angeli, anzi i cherubini e i serafini". È difficile esprimere a parole l'arte di questo grande tenore che, acuto dopo acuto, ha riempito l'intimo del cuore di ogni spettatore, arrivando diritto nell'anima come una gioia ardente, come una primavera irrequieta portatrice di vita. Il suo canto risuona su questa terra nuda, si innalza verso il cielo e mira in ogni direzione, perdendosi fra le stelle. Le voci dei grandi protagonisti dell'opera lirica scorrono in quel fiume chiamato eternità.
Antonella Gallicchio