Come il cinema locale si aprì (per non poco) e si chiuse (per sempre)
sabato 30 luglio 2005

Image Dopo i primi tentativi nelle grandi città,  sembra che il cinema, nato per convenzione in Francia nel 1895 e per molto tempo "fenomeno da baraccone", sia arrivato anche a Tursi durante la Prima guerra mondiale, o addirittura in precedenza. Così almeno ricordava Giuseppe GENTILE (1901-2001), deceduto tre giorni prima dei previsti festeggiamenti del suo centenario, che ci raccontò, ma non si sa con quanle fondamento, l'esperienza dell'epoca, apparendo la descrizione di un sogno di bambino, poichè l'energia elettrica qui giunse solo nel 1929 e  in poche abitazioni gentilizie e di possidenti, anche se, tuttavia, sembra verosimile come ricordo indiretto. Negli anni Trenta, con il Fascismo, dunque, anche nella non piccola comunità paesana, secondo i parametri valutativi dell'epoca, essendo in forte ripresa demografica, le proiezioni si ebbero con una certa regolarità. Erano cortometraggi del regime, con la monotematicità dei contenuti documentaristici, tant'è che pure nelle lontane periferie occorreva vivacizzare la visione con delle opportune "spiegazioni", nel caso fornite da don Domenico CAMARDO, segretario politico del Fascio, nell'apposita sala dell'ex municipio in via Pietro Giannone (un enorme stanzone al lato del portone principale). "D'altronde il Duce parlava eccome e vederlo senza sentirlo era un po' ridicolo", chiosa sornione l'ottantenne Salvatore GIAMPIETRO.  Operatore cinematografico era Francesco (Ciccio) MARRA (1900-1976), che aveva appreso mestiere, trucchi e arte a Napoli, tanto da diventare il primo fotografo professionista  del paese fino al 1960 (quando passò alla locale esattoria), usando un proiettore ancora a manovella, mentre i film continuavano ad essere senza sonoro e in biancoenero.

La Chiesa locale, che ebbe in seguito un ruolo fondamentale come esercente, si interessò al cinema sostanzialmente solo dagli anni Cinquanta in poi, con l'arrivo del sonoro e nel formato a 16mm, il cosiddetto passo ridotto. Fu il prevosto della Rabatana, don Salvatore TARSIA (1900-1982), ottimo organizzatore e animatore della vita sociale e civile del più antico rione, che pensò bene di abbinare musica e cinema, necessariamente in forma parrocchiale, quasi a completamento delle serate della banda musicale da lui curata. I film erano diventati finalmente più lunghi e le storie appassionavano, con i movimenti molto realistici, rafforzati da parole, musiche e rumori. "Prima all'aperto, al lato della chiesa di Santa Maria Maggiore", ricorda Mario BRUNO (1930), "successivamente le proiezioni si tennero nello stretto ma assai lungo locale ubicato nel ‘piccicarello', oggi via Duca degli Abruzzi, praticamente fino al termine degli anni Sessanta, con una cadenza sempre più diradata degli appuntamenti serali e festivi.

Nella parte centrale del paese, il cinema fu sostenuto e proposto nel secondo dopoguerra, grazie alla gentile disponibilità di Gaetanina FEDERICI, detta "Zichicc'", mai maritatasi nonostante fosse benestante, che mise a disposizione del colobrarese Ciccio "da Taliène" (1908-?),  un ampio localone in via Vittorio Emanuele (oggi di proprietà di Angelo DI GIAMMA). "Il gestore era elegante, bello, intelligente e pure scansafatiche, praticamente un Dongiovanni, con una vita familiare eccentrica, essendosi separato dalla moglie, un maestra di Bari incaricata per caso nella scuola di Colobraro, e poi unitosi di fatto con una giovane donna, somigliando, insomma, già la sua storia personale alla trama di un film", ci sottolineano sorridendo gli stessi Bruno e Giampietro. Il maturo ed affascinante cinematografaro possedeva una Balilla a tre marce e della sua impresa era il factotum, essendo bigliettaio ed operatore, oltre che proprietario dei due proiettori di 35 mm. (il "passo normale"), sia di Tursi che del suo paese. "Per un anno, il locale funzionò con una o due proiezioni alla settimana, quasi sempre di domenica, ospitando anche alcune serate di rivista", aggiunge Giovanni RAGAZZO, 76 anni. Poi accadde un fatto imprevisto che impose a tutti una nuova consapevolezza negli anni della ricostruzione, e convinse la Curia ad occuparsene direttamente. D'altronde era inevitabile che, con la comparsa degli operai edili nelle grandi opere pubbliche di salvaguardia dell'abitato, sollecitate proprio dal Vescovo della Diocesi di Anglona Tursi, si rafforzasse una vivace quanto moderna dialettica con il mondo contadino, non più esclusivo nella formazione di un reddito familiare, e quindi orientata prima verso i consumi necessari e poi verso quelli voluttuari, compreso il divertimento di massa, con il boom economico che non tarderà ad arrivare, insieme all'emigrazione nel triangolo industriale del Nord, dopo la realizzazione di alcune importanti opere infrastrutturali nel circondario.

Dunque, "si era alla fine del 1948 o agli inizi dell'anno seguente", proprio mentre nella sala stracolma si assisteva alla visione del film, e ancora oggi il consistente gruppo dei pensionati di vico Cirillo ne ricorda perfino il titolo, "La via dei Giganti" ("Union Pacific", Usa, 1939, b/n, 135', di Cecil Blount DE MILLE, ndr), la pellicola si infiammò e provocò un rapido incendio, oltre che un grande panico, al quale seguì l'incredibile baraonda e un fuggi fuggi generale che devastò tutto il grande locale e distrusse le sedie che abitualmente ciascuno si portava appresso da casa. "Da allora le Autorità pubbliche intervennero e impedirono a Ciccio di continuare l'attività, tanto che egli ritornò a Colobraro e non lo si vide più", continuano i nostri cortesi e lucidi interlocutori. Fu dopo questa sfiorata tragedia, che causò solo diversi feriti, ma non gravi,  che alcuni giovani preti tursitani, da poco ordinati presbiteri, presero l'iniziativa di continuare tale attività. In un certo senso era quasi una scelta "forzosamente obbligata nella continuità", e certo sarebbe stata più difficile una rinuncia totale e definitiva a "questa forma di spettacolo popolare e, a volte, ‘volgarotta', ormai entrata nelle abitudini di svago degli abitanti, con la partecipazione anche di molte spettatrici". Probabilmente animata da intenzioni etiche, di tutela della morale comune e del senso del pudore, non disgiunta dalla possibilità di ricavarne qualche onesto soldo, nelle vacanze di Natale del 1949 lo spettacolo cinematografico fu restituito ai tursitani, come provvide poi ad informare l'autorevole bimestrale "La Stella Di Anglona. Bollettino Ufficiale della Diocesi di Anglona-Tursi", giunto all'anno VI, nel numero 1-2 di gennaio-febbraio del 1950 (l'abbonamento annuo era di L. 400), con la direzione del vescovo, mons. Pasquale QUAREMBA (1905-1989?). Infatti, nella rubrica "Cronaca della Diocesi", a pagina 26 si legge: "Per iniziativa del Clero locale e spesie per i MM. RR. D. Salvatore Conte e D. Antonio Missanelli si è avuto finalmente il cinema sonoro a passo normale a Tursi. Installato nel salone dell'Istituto Vescovile ‘S. Andrea Avellino', ogni sabato sera ed ogni domenica proietta delle pellicole morali e istruttive. Il sano divertimento come influisce sulla formazione delle nuove generazioni; l'utile misto al diletto, saprà mantenere e continuare la tradizione sana e morale del nostro popolo. Congratulazioni con gli organizzatori ed auguri per il conseguimento delle finalità che si sono proposti".

Gli scomodi posti a sedere in ferro, il macchinario a passo ridotto e la gestione parrocchiale, anche con il giovane prete don Maurizio ROMANO (poi rettore del Santuario di Anglona), chiaramente ricordati dagli attuali pensionati, possono essere collocati per un (breve?) periodo in contemporanea con l'esistenza del locale di Donna Gaetanina. Sta di fatto che la svolta ufficiale era avvenuta, la programmazione garantiva una certa regolarità, la partecipazione era considerevole e il personale era assunto nel rispetto delle norme. Il successo gestionale del "Cinema Nuovo Moderno" dev'essere stato notevole, se si praticò addirittura una società di fatto tra don Antonio MISSANELLI (1922-1997) e il napoletano Guido SILVESTRO, agevolata dalla precoce morte di don Maurizio e dalla destinazione fuori regione di don Salvatore CONTE (1914-1998), anche professore di filosofia, il quale, tra le tante attività intellettualmente degne, svolse anche quella di colto ‘critico cinematografico' sulla rivista "Palestra Del Clero" (edito dall'Istituto Padano di Arti Grafiche di Rovigo; si veda una dotta analisi, pur in senso tradizionalista e anticomunista, del film di Claude AUTANT-LARA "Non uccidere" e della coerente tematica dell'obiezione di coscienza in caso di guerra, apparsa sul n. 12 del 15 giugno 1962). Verso il 1956-57, il noto giocatore di poker e l'intraprendente sacerdote resero più accogliente il locale, con i rossi tendaggi di velluto raso, ma soprattutto realizzarono la pendenza dell'intera "galleria", per una naturale e comoda visione, oltre al rivestimento insonorizzante delle pareti. Risale a tal periodo la prima cartellonistica esterna, all'incrocio tra via Oliva e Corso Vittorio Emanuele, e la notevole presenza di Eva NOVA, da sempre l'unica vera attrice famosa a Tursi, nel rinnovato locale, mentre si proiettava un suo film.

I due amici, "l'insieme di sacro e profano", forzarono, inoltre, la scelta dei titoli, seguendo una più aggiornata lista di film popolari, a volte un poco ‘spinti', tanto che si ricordano diverse circostanze nelle quali l'intervento diretto del Vescovo, a repentino consulto con collaboratori e gestori, poteva o meno sbloccare il prosieguo di un film, ovviamente dopo gli opportuni ‘piccoli' tagli e l'immediato montaggio in cabina, dove troneggiava la nuova macchina a carboncini adoperata alternatamene negli anni da Giovanni COSMA, Pasqualino (Lino) SILVESTRO, fratello di Guido, e Umberto MIRRI (1911-1994), "solo allora, infine, si facevano rientrare in sala i vocianti e spesso delusi spettatori, prima fatti accomodare fuori, perché se il responsabile era ‘libero', la facciata era pur sempre parrocchiale", si commenta(va). La gigantografia delle immagini e la ingenua sprovvedutezza di spettatori neofiti, consigliavano proverbialmente ad alcuni amici "di non scegliere i primi posti, perché in caso di lancio di coltelli o, peggio, di spari rivolti verso il pubblico, era più difficile scansarli e si rischiava di essere, quindi, ...colpiti, perché fidarsi è bene, ma non si sa mai, mentre l'arrivo del treno nella stazione non faceva affatto paura, perché a Tursi non c'era la ferrovia!". Poi, l'eccesso di abitudine causò l'oggettivo allentamento dei controlli, e mentre Vincenzo MISSANELLI, fratello di don Antonio, sedeva in biglietteria, le "maschere" Antonio Vincenzo LASALANDRA (1915-1995) e Vincenzo RONDINELLI (1918) trovavano crescente difficoltà a causa delle continue rischiose provocazioni e delle risse, tanto che le spettatrici venivano sistematicamente irritate da comportamenti scostumati o sconvenienti, quanto anonimi, fino a causarne il loro quasi totale allontanamento. I generi più proposti furono quelli canori, i drammoni popolari, gli spaghetti-western, i peplum-biblici-mitologici e quelli della farsa-comicità a buon mercato. Di tanto in tanto, vi si svolgevano anche spettacoli di altro genere, veramente pochi, con illusionisti e fachiri, o come quel varietà "memorabile" con la "Signora Pina, uomo solo dalla cintola in su e dalla voce, ma donna a tutti gli effetti", bloccata in procinto di calcare la scena, ma "salvata"  dal monsignore, sollecitato per una decisione vincolante, che rispose con misericordia: "Ma si, fatela lavorare con onestà". 

Il ricordo degli abituali frequentatori si ferma intorno al 1975, quando il cinema chiuse definitivamente, per non riaprire più, non potendosi neppure riciclare con le visioni a luci rosse, anche perché fallì l'ultimo tentativo di don Antonio Missanelli e dell'imprenditore edile Antonio D'ALESSANDRO, di completare in corso Vittorio Emanuele un nuovo locale, con platea e galleria (poi acquistato dalla Provincia di Matera, per destinarlo a sede e quindi a succursale dell'Istituto tecnico commerciale e per geometra). Per qualche anno la vecchia sede continuò ad essere raramente utilizzata per improbabili festival canori locali e per limitate rappresentazioni teatrali di volenterosi giovani, prima che si ufficializzasse la necessità dell'adeguamento alle nuove norme di sicurezza. La diffusione capillare della televisione e la molteplicità di aggiuntivi divertimenti non bastano, forse, a spiegare il declino totale di un rito collettivo serale, unico, irrepetibile e "magico". Ecco perché va sostenuto l'attuale tentativo, portato avanti da mons. Francescantonio NOLÈ, vescovo della rinnovata diocesi di Tursi-Lagonegro, e dal parroco don Battista DI SANTO, di recupero e ristrutturazione dei locali, auspicabilmente restituibili anche all'originaria destinazione.

Salvatore Verde